
Racconto | Serbilla
"Ti devo parlare" mi ha detto stamattina in tono risoluto, mentre ci apprestavamo a fare colazione attorno al tavolo in cucina. I capelli le cadevano in avanti mentre mi versava il caffè. Ho fatto finta di non averla sentita, ogni tanto lo faccio, mi annoia rispondere tutte le volte. Di solito, se è necessario, ripete più volte la stessa cosa, fino a quando non le concedo attenzione, altrimenti se ne va per i fatti suoi borbottando. Ma questa volta mi ha sgridato con malcelata insofferenza : “Mi ascolti? E’ una cosa importante, lascia un attimo il giornale”. Per non sentirla brontolare di primo mattino, ho messo da parte il quotidiano e le ho chiesto spazientito: “Che c’è?”. Si è seduta di fronte a me, ha messo i gomiti sul tavolo ed ha intrecciato le dita sottili, dalle unghie pulite, tonde e smaltate di bianco latte, all’altezza del mento. La testa era un po’ infossata nelle spalle, la schiena curvata, questo la faceva sembrare piccola. “Allora?” ho detto. Ha sospirato, si è messa una folta ciocca di capelli dietro l’orecchio e mi ha guardato con la vaghezza dei miopi, come se i pensieri le stessero calando dall’alto nella mente. Sul volto le si sono susseguiti smarrimento, paura e ansia. Ho cominciato ad agitarmi, ha detto:“Io, non so cosa fare, vorrei che tu…”. Ho sbottato “Ah Barbara, se è ancora la storia del dolore alla gamba, basta! Non ne voglio parlare, sono certo che è un dolore muscolare e che mi passerà da solo”.
“Smettila!” ha urlato mettendo entrambe le mani sul tavolo e facendosi in avanti col busto dritto“Non ci sei solo tu, non si tratta di te, sì anche di te, ma soprattutto di me! Di me, hai capito?”. Mai si era rivolta a me in modo tanto aggressivo, ero sbigottito e intimorito. In un gesto veloce, come per trattenerla, le ho preso le mani e gliele ho strette, tremavano, sia le sue chele mie.
“Che c’è? Cos’è successo, dimmi”. Ha piegato la testa di lato, si è accasciata di nuovo, allora le ho sfiorato una guancia con i polpastrelli: “Così mi spaventi” ho aggiunto. Tremava tutta, teneva gli occhi bassi e si mordeva un labbro, il naso le stava diventando rosso. Mi sentivo confuso. Barbara è una donna solida, da quando siamo rimasti soli, si è occupata di me in modo amorevole e senza lamentarsi mai troppo, lo so di avere invertito un po’ i ruoli, di essermi lasciato andare, anche di averla frenata in questo modo, ma ho solo lei e non ho saputo fare diversamente. “Parla!” l’ho esortata. Allora ha alzato la testa e ha detto in un fiato: “Sono incinta”e una lacrima e un sorriso le hanno cambiato il viso, da spaventata adesso sembrava improvvisamente sollevata, ha preso a parlare velocemente accarezzandomi le mani nervosamente:“Non so che fare. Non me lo aspettavo, ho paura di non essere capace. Non voglio ferirti”.
Io non riuscivo più a seguirla tanto bene, ero stupito e provavo disagio, primo perché alla sua età non mi aspettavo più un evento del genere, ti aspetti che una figlia quindicenne torni a casa col guaio non una quarantenne. All’epoca della sua adolescenza ci avevo pensato con angoscia e fastidio, non ho mai sopportato bene l’idea che Barbara si distraesse dai suoi impegni, prima scolastici, poi universitari. Benché sapessi di qualche filarino, portato avanti con la complicità di sua madre. Poi c’era stato un uomo maturo, un certo Attilio Draghetti, un costruttore, che sembrava la volesse sposare, a ventitré anni, ma era sparito da un giorno all’altro, a me avevano detto, lei e sua madre, di un litigio per questioni di gelosia, di un’inconciliabile frattura, ma che non dovevo intervenire. Fu uno di quei momenti in cui senti di dover affermare la tua presenza di uomo, di padre, volevo affrontarlo, ma fui quietato e messo da parte. Avevo anche cercato il suo numero sull’elenco, per farmi sentire almeno in questo modo, ma il suo nome non c’era in quelle pagine. Forse non aveva un telefono fisso, o forse Attilio Draghetti non era il suo vero nome.
Con la morte della mia cara Giulia e gli anni di lutto che sono seguiti, non facili, Barbara, da brava figlia, si è accollata la casa, me e il negozio di famiglia. Con la laurea in Scienze politiche avrebbe voluto intraprendere la carriera diplomatica, ma s’è ritrovata a gestire un negozio di vernici, parati e bricolage. Comunque un buona attività che ci permette di vivere senza troppi pensieri. E’ l’unico negozio di questo tipo rimasto su un’ampia zona della città, l’unico che ha resistito dopo l’apertura, poco lontano, di un centro commerciale specializzato negli stessi prodotti. La nostra routine si è assestata negli anni, lei ha qualche amica che ogni tanto la invita al cinema o a cena, alla sua età non porta più fidanzati a casa, ero convinto che per lei fosse un capitolo chiuso, io mi riposo e mi dedico alle piccole incombenze, la posta, le piante.
Cosa faccio adesso?Dovrei sgridarla perché non è sposta? Perché non conosco quest’uomo? Non è una bambina. La verità è che mi sento tradito, stavo così bene, tutto era in ordine, tutto ormai deciso, chiaro e assodato. Forse mi sono cullato in una assurda fantasia di nuova innocenza per mia figlia, mentre lei continuava a cercare l’amore fuori da questa casa e lontano da me, così, da qualche parte, ha incontrato un uomo e s’è fatta mettere incinta. Oppure dovrei essere felice? In fondo la nostra famiglia sarebbe finita così, nel silenzio della sterilità, invece suo figlio porterà il mio cognome, è anche una parte di me, in un certo senso, sarò nonno e padre. Nonno, è ridicolo, com’è ridicolo che alla sua età lei diventi madre, con i rischi che corre. Chi andrà dietro al bambino quando avrà appena imparato a camminare? Di certo non io che ho sempre male alle gambe. Non è cosa per la nostra età un bambino.
Parla parla, non so che dice, la guardo e non vedo nessuno dei tratti tipici di una gravidanza: non è gonfia, non l’ho sentita vomitare, non è nemmeno radiosa, è la luce del sole che entra dalla finestra a farle la pelle così raggiante sotto le lentiggini. Mi prende in giro, questo è uno scherzo crudele giocato a suo padre che troppo spesso finge di non sentirla, perché pigro. Che incosciente, non sa che potrei morire di infarto per uno schianto simile? E se volesse andare via e farsi una vita col padre del bambino, una nuova vita senza di me? Che fine farò adesso?